Behind the Candelabra

Stati Uniti, 2013

Storia

"La curiosità che circondava Behind the Candelabra era molta. Non foss’altro per la scelta bizzarra, seppur da parte di un regista che ha fatto dell’eclettismo il suo trademark come Steven Soderbergh, di dedicare un biopic ad un personaggio eccentrico, sopra le righe e iconico come Liberace era molta. Che poi, di un biopic si tratta in senso lato, visto che il film si concentra sulla storia tra il pianista e showman e quello che è stato a lungo un compagno di vita e di lavoro: Scott Thorson. È allora ancora più significativo che, sotto tutto il kitschiume inevitabile in un film che racconti Liberace, sotto i costumi e gli arredi, i corpi e le mossette, Soderbergh abbia incentrato il suo film sulla conflittualità di un legame che contiene dall’inizio alla fine, forse soprattutto alla fine, la forza e la bellezza dell’amore. Michael Douglas e Matt Damon si sono affidati completamente al regista, arrischiandosi in territori per loro inediti, dando corpo e spirito, energia alla loro relazione e al film. Un film che inanellando scelte di scrittura e di regia all’insegna della massima semplicità – scelte che risaltano quindi nel contesto da costante messa in scena teatrale della vita di Liberace e di Scott – aiutano a far comprendere la semplicità di un sentimento che spesso si complica da solo o per via della vita. Non c’è alcuna pruderie né alcuna voglia di scandalizzare facilmente per via della tematica omosessuale, in Behind the Candelabra, ma solo la semplice (ancora una volta) volontà di raccontarla. Volontà perfino rilevante politicamente, considerati i tempi che viviamo, la testarda negazione del suo essere gay da parte di Liberace, la sua morte avvenuta per complicazioni dovute all’AIDS che aveva contratto. Proprio sul finale, quindi, quando in punto di morte Liberace riallaccia i ponti che aveva tagliato con Scott anni prima, il film di Soderbergh si fa quasi commovente nel far recuperare ai suoi protagonisti quel che avevano perso, strada facendo, per via delle loro differenze, dei rispettivi egoismi, di quella voglia di modellare l’altro ai propri voleri e alle proprie esigenze che dell’amore è spesso sinonimo di fine e negazione." (F. Gironi, Comingsoon.it)

Cast & curiosità

Liberace è stato uno dei più acclamati showman del secolo scorso, innovatore della musica popolare, spesso con derivazioni classiche, ha prodotto un gran numero di dischi (tutt'oggi in commercio) e partecipato a diversi film. Per tutta la vita ha cercato di negare la sua omosessualità, sfruttando spettacolarmente la sua effeminatezza e il suo spirito 'camp'. Oggi è difficile fargliene una colpa se consideriamo gli anni in cui ha vissuto e il pubblico a cui si rivolgeva, la middle class americana degli anni '50 e '60. Al suo mito sono state dedicate ben due biografie televisive, "Liberace" (ABC) e "Liberace: Behind the Music" (CBS), entrambe del 1988, subito dopo la sua morte nel 1987 per cause collegate all'Aids.

Wladzui 'Walter' Valentino Liberace, questo il suo nome completo, è stato per quasi mezzo secolo la personificazione del 'camp', dell'eccesso, della stravaganza. Massimo Consoli lo ricordava con queste parole: "Per 40 anni gli americani furono rapiti da quest'uomo incredibilmente effeminato, affettato, ricoperto di pizzi, merletti e lustrini da capo a piedi, che arrivava con una pelliccia che strofinava sul pavimento, con mantelli di cincillà che pesavano fino a sessanta chili, una giacca ricamata d'oro a 24 carati, uno smoking con bottoni di diamanti, che faceva credere di avere dei poteri di guaritore, con un anello per ogni dito e gli immancabili candelabri su pianoforti senza fine, che chiacchierava di Dio e della famiglia."
Durante la sua vita ha sempre negato di essere gay (ma in quegli anni era di norma nel mondo dello spettacolo, vedi Rock Hudson), vincendo anche una causa di diffamazione contro il "Daily mirror" di Londra (1959), ma nel 1982 dovette chiudere in modo extragiudiziale una causa che lo vedeva coinvolto in un rapporto omosessuale col valletto Scott Thorson. Alla sua morte, avvenuta nel 1987 per malattie causate dall'aids, i parenti (e un medico consenziente) dichiararono invece che era morto per arresto cardiaco in quanto sofferente di cuore. Fu solo la persistenza del magistrato Ray Carrillo (costrinse alla riesumazione del cadavere già imbalsamato e all'autopsia) che rese pubblica la verità.

Liberace nasce il 16 maggio del 1919 a West Allis nel Wisconsin (USA) da padre immigrato italiano (Salvatore Liberace di Formia) operaio e suonatore di corno in bande locali e da madre polacca che cercò in tutti i modi di ostacolare la carriera musicale del figlio (era un lusso che non potevano permettersi). Nonostante ciò Liberace imparò ad orecchio l'uso del pianoforte già all'età di quattro anni e a 21 anni debuttò come solista nella Chicago Symphony. Ben presto si rese conto che se voleva guadagnare soldi doveva abbandonare la musica classica pura e iniziò a sperimentare un miscuglio di classica e musica popolare che gli fece ottenere un grande successo nei locali e nei clubs di mezza america. Nel 1952 inizia il suo impegno nella televisione come sostituto nel programma "The Dinah Shore Show" e nel giro di due anni ottiene uno spettacolo tutto suo, The Liberace Show, che diventò il programma più seguito negli USA.
Dal 1954 arrivò a guadagnare più di un milione di dollari all'anno, pubblicando 67 album (vendeva più della stella pop Eddie Fisher) e partecipando a numerosi film. Entrò anche nel businnes dell'abbigliamento con elaborati abiti (sostituì lo smoking nero con uno completamente bianco). Famosa è la disavventura che gli capitò sul palco mentre indossava uno dei suoi stravaganti abiti che quasi lo uccisero con le esalazioni di tetracloruro di carbonio di cui erano in parte composti.
Anche se il 25 settembre 1953 Liberace faceva il suo debutto alla Carnegie Hall, i suoi ambienti preferiti restavano i locali di Las Vegas dove nel 1955 inaugurò il suo Riviera Hotel, uno dei più esclusivi locali di spettacolo della città. Arrivato a Londra nel 1956 il Times ne diede la notizia sottolineando che molti "giovani ardenti uomini" lo stavano aspettando e il Daily Mirror rincarava definendolo "maschile, femminile, neutro ... Al sapore di frutta". Da notare che "fruit", in inglese, ha lo stesso significato di "finocchio" in italiano. Liberace fece causa al giornale (in quegli anni dare dell'omosessuale era un'offesa criminale) che vinse (ottenendo un cospicuo risarcimento) mentendo sulla sua vita sessuale e dichiarando che l'omosessualità "offende le convenzioni e la società".
Ma tutti i suoi sforzi per mantenere segreta la sua omosessualità collassano quando Scott Thorson nel 1982 intenta una causa di 113 milioni di dollari per alimenti. Thorson, che aveva subito una plastica facciale per accontentare Liberace, era inviperito per essere stato licenziato a causa dell'uso di droghe e alcool. Durante il processo Liberace tentò di negare di essere stato il suo amante per cinque anni ma dovette venire a patti versando la somma di 95.000 dollari. Thorston fu poi sostituito dal 18enne Cary James che ne condivise la vita e il letto fino alla sua morte. Entrambi furono diagnosticati di Aids nel 1985. James morì nel 1997, dieci anni dopo la morte di Liberace.
Liberace non approvò mai la scelta di Rock Hudson che prima di morire aveva dichiarato pubblicamente la sua omosessualità. Ad alcuni intimi amici disse che "Non voglio essere ricordato come una vecchia checca morta di Aids". Liberace muore all'età di 68 anni, il 4 febbraio 1987, lasciando la maggior parte della sua grossa eredità alla "Foundation Liberace for the Performing and Creative Arts"

Recensioni

"... Non si era mai visto un amore omosessuale così ardente come quello che due attori etero, Michael Douglas e Matt Damon, vivono in Behind the candelabra, il film di Steven Soderbergh, che racconta il legame sinistrarnente appassionato e di reciproca furibonda dipendenza tra il divo un tempo più pagato e adorato dello show business americano e un bel ragazzo povero, allevato da genitori affidatari. Il celebre virtuoso di pianoforte Liberace («Certo non sono Rubinstein, ma anche Rubinstein non è Liberace»), 58 anni, e Scott Thorson istruttore di cani, 18 anni, s'incontrano a Las Vegas nel 1977 e finiscono a bere champagne in una vasca da bagno circolare con rubinetto d'oro a forma di cigno; nel letto a baldacchino con colonne a tortiglione, i due, cioè Douglas e Damon, nudi, si baciano, stanno uno sull'altro, mimano, s'immaggina, sesso rovente e insaziabile...(Natalia Aspesi, La Repubblica) "...Vita (sfrenata), arte (pacchiana) e ossessioni (esemplari) di Valentino Liberace, pianista italo-polacco-americano, re del kitsch, musicista più pagato del mondo fra gli anni 50 e gli anni 70. Ma soprattutto ultima star gay di un'epoca in cui la parola e la cultura gay semplicemente non esistevano. Dunque i divi omosessuali si concedevano le menzogne più sfacciate pur di non insospettire il loro ingenuo e sterminato pubblico. Per capire la vera ragione che ha spinto Soderbergh a dedicare un «biopic» insieme anomalo e classico ma tutto da godere a questo divo oggi dimenticato, Behind the Candelabra, alla lettera dietro i candelabri (Liberace suonava sempre con un candelabro sul pianoforte sfavillante di strass), bisogna aspettare il sottofinale...." (Fabio Ferzetti, Il Messaggero)

"...Quello che, almeno sulla carta, potrebbe essere l'ultimo film di Steven Soderbergh è magnifico. Al punto che, se non svelasse tutti i particolari della vita privata del protagonista che ha fatto di tutto per mantenerli segreti, probabilmente lo stesso Liberace lo avrebbe amato." (Todd McCarthy,The Hollywood Reporter)

"... Ancora più significativo che, sotto tutto il kitschiume inevitabile in un film che racconti Liberace, sotto i costumi e gli arredi, i corpi e le mossette, Soderbergh abbia incentrato il suo film sulla conflittualità di un legame che contiene dall’inizio alla fine, forse soprattutto alla fine, la forza e la bellezza dell’amore. Michael Douglas e Matt Damon si sono affidati completamente al regista, arrischiandosi in territori per loro inediti, dando corpo e spirito, energia alla loro relazione e al film. Un film che inanellando scelte di scrittura e di regia all’insegna della massima semplicità – scelte che risaltano quindi nel contesto da costante messa in scena teatrale della vita di Liberace e di Scott – aiutano a far comprendere la semplicità di un sentimento che spesso si complica da solo o per via della vita. Non c’è alcuna pruderie né alcuna voglia di scandalizzare facilmente per via della tematica omosessuale, in Behind the Candelabra, ma solo la semplice (ancora una volta) volontà di raccontarla. Volontà perfino rilevante politicamente, considerati i tempi che viviamo, la testarda negazione del suo essere gay da parte di Liberace, la sua morte avvenuta per complicazioni dovute all’AIDS che aveva contratto..." (Federico Gironi, Comingsoon.it)

"... Diciamocelo sinceramente: “Dietro i candelabri” è un film da Oscar, peccato però che sia stato realizzato per la tv e quindi ai famigerati premi non potrà mai concorrere. Stavolta Steven Soderbergh fa centro in pieno; realizza un’opera ricca di passione per la musica e descrive un mondo bello quanto contraddittorio, senza esagerare troppo in caratterizzazioni forti. Douglas, truccato e imparruccato come il noto pianista, ruba la scena a più non posso, dando una performance (da Oscar) ricca di sfaccettature, senza mai cedere nel macchiettistico, nonostante il film calchi la mano sull’astrattismo del mondo gay. Ma questo Soderbergh lo sa e ciò che descrive vuole solo essere un trattato sull’esagerata vita da star system che i due protagonisti vivono, i quali scalano una metaforica montagna sempre più alta, da dove gettarsi quando il loro amore finirà definitivamente..." (Mirko Lomuscio, Youmovies.it)

"... Il film non ci racconta la vita dello showman cogliendolo invece all'apice del successo ma sull'orlo dei sessant'anni nel momento in cui si fa prendere dalla più forte relazione della sua vita. Liberace non è però solo il personaggio che ha fatto del kitsch un marchio di riconoscibilità (vedi i candelabri su pianoforti luccicanti quanto le sue mise). È anche un gay che deve nascondere le proprie tendenze sessuali. Perché, nonostante la liberazione dei costumi avviata alla fine degli Anni Sessanta, il mondo dello star system vuole poter continuare a 'venderlo' al pubblico più vasto possibile. Il negare l'evidenza (sottolineata invece dagli atteggiamenti propri di ogni sua esibizione pubblica) diventa il gioco complesso con cui anche Soderbergh si deve confrontare. Perché il rischio più elevato era quello di ricalcare gli stereotipi di tanti film più o meno velatamente omofobi. Soderbergh affronta il problema com la temerarietà di un trapezista senza rete. Offre infatti a due icone della mascolinità (l'antico sex addicted Michael Douglas sicuramente etero e Matt 'Bourne' Damon) i ruoli dei due protagonisti chiedendo loro di offrire credibilità ai due personaggi. La richiesta viene esaudita con grande adesione ai reciproci caratteri. Il regista che più di altri ha fatto dell'eclettismo la propria filosofia riesce così a raccontarci una storia di show business e di arte ma anche la parabola di una relazione di coppia come tante. Senza distinzione di gusti e preferenze." (G.Zappoli, Mymovies.it)

"... Dietro i Candelabri racconta la storia d’amore, proibita e tenuta sempre segreta, tra Lee (come si faceva chiamare dagli amici il performer) e Scott, ruvido ragazzo cresciuto in un ranch. A dare volto e corpo a questi due personaggi ci pensano due signori attori: Michael Douglas, che senza alcuna inibizione e con grandissimo talento, mette da parte il suo machismo per interpretare un personaggio complesso, colorito e sfaccettato; Matt Damon, praticamente perfetto nel ruolo del toy boy della grande star. Soderbergh realizza un film opulento, perfettamente curato nella messa in scena e nei costumi, soprattutto, veri e propri tributi ad uno stile inconfondibile e (per fortuna) passato di moda. Il racconto, senza sbavature, procede in maniera lineare, concentrandosi su questa strana convivenza tra due persone che si amano ma che alla fine non riescono a rimanere insieme, tentando di ferirsi a vicenda. Il film, lontano da toni propriamente drammatici, ha un che di beffardo e di intimamente divertito, caratterizzandosi per la rappresentazione di un personaggio profondamente e palesemente omosessuale, che però cerca di mantenere una parvenza di eterosessualità che poco gli si addice. Lo spettatore, rapito dal luccichio dei diamanti sui costumi di Liberace e abbagliato dal gusto per il trash che pervade tutto il film, rimane abbagliato per 117 minuti con una disposizione d’animo a metà tra il divertito e l’imbarazzato, senza avere il coraggio di distogliere lo sguardo dalla performance di un Michael Douglas davvero in forma smagliante. (Chiara Guida, Cinefilos.it)

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